Il confine tra sfera pubblica e privata non è mai stato così labile, specialmente quando si parla di esposizione mediatica dei minori. L’ultimo cortocircuito comunicativo ha visto come protagonista l’influencer e imprenditrice Giulia De Lellis, esplosa sui social contro il settimanale Chi per aver pubblicato le foto di sua figlia Priscilla senza alcuna autorizzazione.
La reazione, legittima sotto il profilo della tutela della privacy, ha sollevato un polverone che va ben oltre la cronaca rosa perchè molti utenti hanno evidenziato una presunta mancanza di coerenza.
De Lellis ha costruito parte del suo racconto social mostrando le nipoti e conducendo The Piccology, un format giunto alla seconda edizione che mette al centro proprio i bambini.
La replica dell’influencer non si è fatta attendere: sia le nipoti sia i piccoli protagonisti del programma appaiono sul web dietro esplicito consenso dei genitori.
Questa dinamica sposta il fulcro del problema su un piano puramente logico e giuridico: il focus non è più il diritto del minore, ma la volontà dell’adulto.
Come se i bambini non fossero soggetti di diritto autonomi, ma estensioni della proprietà genitoriale.
Che cos’è lo Sharenting (e l’Over-sharenting)
Il caso De Lellis è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno globale che i sociologi e gli esperti di comunicazione definiscono sharenting (neologismo nato dalla fusione tra share, condividere, e parenting, genitorialità).
Più nello specifico, oggi si dovrebbe parlare di over-sharenting: la sovraesposizione costante, sistematica e non filtrata della vita dei figli online che crea una traccia digitale indelebile prima ancora che il minore abbia la consapevolezza di cosa sia il web.
Quali rischi si corrono postando minori on line?
Dobbiamo smetterla di pensare ai social come a un vecchio album di foto impolverato in salotto. Quando carichiamo l’immagine di un bambino in rete, stiamo cedendo un pezzo della sua vita all’algoritmo. Le implicazioni di questa leggerezza sono profonde, reali e spesso irreversibili.
Tra i principali rischi legati alla pubblicazione di contenuti che coinvolgono minori online, ce ne sono alcuni che meritano particolare attenzione.
- Un’identità rubata a monte: Stiamo costruendo la reputazione digitale dei nostri figli a loro insaputa. Un domani, un adolescente si ritroverà a gestire un passato virtuale che non ha scelto, fatto di momenti intimi, capricci o tappe di crescita che avrebbero dovuto rimanere protette tra le mura di casa.
- L’illusione del controllo e il furto dei dati: Una volta online, una foto non è più nostra. Viene indicizzata, può essere catturata con uno screenshot, salvata e riutilizzata da chiunque. Con la diffusione di software di photo editing accessibili a tutti, il rischio che scatti innocenti vengano manipolati e inseriti in circuiti pedopornografici è una minaccia concreta, non un’esagerazione da catastrofisti.
- La mappa della vulnerabilità: Raccontare dove i bambini vanno a scuola, lo sport che praticano, i loro giochi preferiti e i loro orari significa servire su un piatto d’argento un identikit perfetto a malintenzionati ed esperti di adescamento online (grooming), facilitando la creazione di un falso legame di fiducia.
- Il peso psicologico del pubblico: Crescere sotto lo sguardo di una platea invisibile espone i più piccoli al giudizio precoce degli altri. Il rischio è quello di sviluppare un’ansia da prestazione legata all’approvazione digitale, confondendo il proprio valore personale con il livello di engagement generato da un post.

L’etica della comunicazione: rimettere il minore al centro del messaggio
Da un punto di vista puramente comunicativo, lo sharenting rappresenta un totale ribaltamento dei ruoli, dove il minore smette di essere il destinatario di una cura e diventa il mezzo per alimentare una narrazione.
Comunicare in modo responsabile oggi significa comprendere che ogni contenuto editoriale o social che coinvolge un bambino ha un peso specifico enorme.
I bambini non hanno gli strumenti per comprendere le dinamiche di personal branding, né la portata a lungo termine di una clip virale.
Chi si occupa di comunicazione, così come ogni genitore che gestisce un profilo pubblico, ha il dovere morale di chiedersi se quel contenuto protegge o espone, se arricchisce il percorso del minore o se serve semplicemente a riempire un palinsesto o a strappare qualche interazione in più.
La vera svolta culturale avverrà quando l’adulto saprà fare un passo indietro, accettando che ci sono momenti sacri che non meritano una diretta streaming e che il silenzio mediatico, a volte, è la più alta forma di tutela e di rispetto.
Comunicare responsabilmente nell’era digitale
Temi come lo sharenting dimostrano quanto la comunicazione digitale non sia soltanto una questione di visibilità o performance, ma anche di responsabilità. Per questo è importante promuovere una cultura del digitale più consapevole, capace di mettere al centro le persone prima degli algoritmi e il rispetto prima dell’engagement.
Se ti occupi di comunicazione o vuoi semplicemente navigare il digitale in modo più consapevole, non perdere i prossimi approfondimenti: segui il blog di Moviweb per rimanere sempre aggiornato sulle evoluzioni del web, sull’etica dei media e sulle strategie per comunicare senza perdere il valore del rispetto.


