Quando la reputazione aziendale diventa più fragile di un bilancio. È ciò che sta accadendo ad Amabile, il brand di gioielli fondato dall’influencer Martina Strazzer, travolto da una vicenda che in poche settimane ha trasformato una storia di successo in una crisi d’immagine.
Al centro della bufera c’è il mancato rinnovo del contratto a una dipendente assunta durante la gravidanza, un episodio che ha acceso il dibattito su inclusività, etica e gestione delle crisi nell’era dei social.
Due versioni, una sola crisi
La storia emerge dal racconto di Sara, raccolto dalla giornalista Charlotte Matteini. Secondo la sua versione, a luglio 2024, Sara viene assunta in Amabile per un ruolo amministrativo, dichiarando sin dall’inizio la gravidanza. L’assunzione diventa subito contenuto virale, Martina Strazzer pubblica un video su TikTok celebrando la scelta come esempio di inclusività, guadagnandosi applausi e consenso online.

Ma a fine contratto, dopo il periodo di maternità, non arriva alcun rinnovo. Sara sostiene di aver ricevuto rassicurazioni sul suo futuro al momento dell’assunzione, tanto da lasciare un posto a tempo indeterminato, promesse che si sarebbero infrante di fronte alla realtà.
La replica ufficiale di Amabile arriva solo dopo giorni di silenzio, considerati da molti un errore strategico. In un comunicato, l’azienda parla di decisione “difficile ma inevitabile”, motivata dall’esigenza di “professionalità solide” e dall’emergere di “criticità complesse” nella collaborazione. A supporto della propria posizione e della reputazione aziendale, Amabile ricorda che il 77% dei dipendenti è assunto a tempo indeterminato e che la gravidanza non è mai stata un ostacolo in azienda.
La mossa di Martina Strazzer: l’intervista con Selvaggia Lucarelli
Dopo giorni di silenzio e un comunicato giudicato freddo e impersonale, Martina Strazzer ha scelto di giocare una carta inaspettata: sedersi davanti a Selvaggia Lucarelli. Una scelta tutt’altro che neutra, perché Lucarelli non è solo una giornalista seguitissima, ma anche una figura polarizzante, capace di spaccare l’opinione pubblica e al tempo stesso di accendere i riflettori sul tema del momento.
Con quell’intervista, Strazzer ha cambiato il terreno della conversazione. Non più un’accusa unilaterale raccontata da una ex dipendente, ma un confronto mediato, dentro a un contesto giornalistico con regole e domande. Nelle sue parole è emersa la volontà di ribadire che la decisione non sia legata alla maternità, ma ad una serie di “criticità lavorative” che avrebbero reso impossibile il rinnovo.
Affidarsi a Selvaggia Lucarelli ha dato visibilità, autorevolezza e un megafono potente al suo punto di vista. Inoltre, mostrarsi disponibile a un’intervista diretta ha rappresentato un passo avanti rispetto alla distanza glaciale del comunicato ufficiale.
Eppure, per alcuni, i limiti sono stati altrettanto evidenti e l’immagine aziendale non ha beneficiato. L’intervista è stata considerata più un atto di autodifesa che un vero momento di assunzione di responsabilità verso la propria community e i dipendenti. L’intervista ha riportato Martina Strazzer al centro della scena, ma non è detto che sia riuscita a trasformare la crisi in dialogo.
La gestione della crisi: tra silenzi e difese tardive

Dal punto di vista della reputazione aziendale, la strategia comunicativa dell’azienda appare fragile sin dall’inizio. Il silenzio prolungato ha permesso che la narrazione unilaterale della dipendente diventasse dominante, consolidando l’immagine di un brand incoerente con i propri valori dichiarati.
Il successivo comunicato, percepito come una difesa fredda e poco empatica, non ha fatto altro che rafforzare l’idea di una distanza tra Amabile e la sua community. L’insistenza sul “bene collettivo” dei dipendenti, senza un riconoscimento concreto della vicenda personale di Sara, ha trasformato la comunicazione in un boomerang.
Il risultato è stato una perdita di follower, il calo del sentiment positivo e soprattutto, l’incrinatura del capitale più prezioso per un brand nato sui social: la fiducia.
Dal punto di vista giuridico, Amabile è nel giusto. Il mancato rinnovo di un contratto a termine non è paragonabile a un licenziamento illegittimo di una donna incinta, tutelata dall’articolo 54 del D.Lgs. 151/2001. Ma il nodo non è legale, è reputazionale.
Quando un brand costruisce la propria immagine su valori etici e inclusivi, la distanza tra dichiarazioni e comportamenti diventa una faglia pericolosa. In questo caso, il pubblico ha percepito l’assunzione di Sara come un’operazione di marketing più che come una scelta coerente con i principi dichiarati.
Il caso Amabile dimostra con chiarezza un principio fondamentale: nell’era dei social, la legittimità giuridica non basta a difendere un brand. Per costruire e proteggere la reputazione aziendale servono coerenza, rapidità e trasparenza.
Tre leve che, se attivate per tempo, possono trasformare una crisi in un’occasione di credibilità.
Vediamole insieme nel dettaglio:
1. Reazione tempestiva: il tempo è reputazione
In un ecosistema dominato da TikTok, Instagram e X, la velocità di risposta è cruciale. Non comunicare equivale a lasciare spazio a speculazioni, accuse e narrazioni unilaterali.
- La regola delle 48 ore: entro due giorni dall’emersione della crisi, un brand deve offrire almeno un commento preliminare, anche senza avere tutte le risposte.
- Il tono giusto: il primo messaggio non deve essere difensivo, ma riconoscere la delicatezza della vicenda e la preoccupazione del pubblico.
- Un portavoce dedicato: designare subito chi parla a nome dell’azienda evita il caos comunicativo.
2. Comunicazione empatica: oltre i numeri, le persone
Una crisi non si argina con dati o percentuali, ma con empatia. Nel caso Amabile, il comunicato che parlava di “77% di contratti stabili” è stato letto come un alibi statistico, incapace di affrontare la vicenda personale di Sara.

- Il volto del brand: la fondatrice avrebbe dovuto esporsi in prima persona, mostrando di comprendere le emozioni della dipendente e della community.
- Il linguaggio emotivo: riconoscere la delusione (“capisco che questa vicenda abbia generato dolore e rabbia”) è più efficace di elencare giustificazioni aziendali.
- Coerenza con i valori dichiarati: un brand che parla di inclusività deve esprimere solidarietà e sostegno, non solo esigenze organizzative.
3. Azioni correttive concrete: dalle parole ai fatti
La comunicazione senza fatti rischia di essere percepita come damage control. Il pubblico oggi vuole prove tangibili di cambiamento.
- Policy interne: avviare una revisione delle pratiche HR per garantire maggiori tutele in caso di maternità o fragilità.
- Partnership esterne: collaborare con associazioni a sostegno delle lavoratrici madri per trasformare la crisi in un’opportunità di impatto sociale.
- Trasparenza nei risultati: condividere pubblicamente report periodici sugli impegni presi, così da dimostrare continuità e coerenza.
Gestire la reputazione aziendale con metodo: il supporto dei professionisti
Gestire una crisi reputazionale per un’azienda richiede competenze strategiche, lucidità comunicativa e una conoscenza approfondita delle dinamiche digitali.
Il caso Amabile dimostra quanto possa essere delicato l’equilibrio tra etica, percezione pubblica e scelte aziendali. Un singolo episodio, infatti, può trasformarsi rapidamente in un terremoto se non affrontato in modo tempestivo e trasparente.
In quest’ottica, affidarsi a esperti del settore significa proteggere il capitale più importante per ogni brand: la fiducia.
Noi di Moviweb, come agenzia di comunicazione, ci occupiamo proprio di questo: aiutiamo aziende e professionisti a costruire e preservare la propria reputazione, anche nei momenti di maggiore criticità. Contattaci subito per una consulenza personalizzata.


