Perché si è arrivati a discutere il divieto dei social ai minori
Il rapporto tra minori e social network è entrato con forza nel dibattito politico e culturale europeo negli ultimi mesi perché l’uso delle piattaforme digitali da parte di bambini e adolescenti è cresciuto in modo esponenziale, sollevando interrogativi sempre più urgenti su sicurezza, salute mentale e tutela dei dati personali.
Secondo diverse analisi e iniziative legali avviate in Italia, milioni di minori utilizzano piattaforme social anche al di sotto dell’età minima prevista dalla legge, con circa 3,5 milioni di ragazzi sotto i 14 anni presenti online nonostante i limiti normativi esistenti.
La proposta di legge: divieto dei social ai minori di 15 anni
Il disegno di legge n. 1136, all’esame della commissione competente del Senato dal 30 settembre 2025, punta a rafforzare la tutela dei minori introducendo limiti più chiari all’accesso ai social network e ai servizi online.
Il provvedimento affronta anche altre criticità legate all’uso dei social da parte dei più giovani, come il fenomeno dei baby influencer, si articola in sei articoli e introduce diverse misure di tutela.
Tra queste figurano l’obbligo per le piattaforme che operano in Italia di adottare sistemi di verifica dell’età, la nullità dei contratti digitali stipulati direttamente da minori di 15 anni e regole più stringenti per la diffusione online dell’immagine dei minori quando genera entrate economiche.
Il disegno di legge prevede inoltre modifiche alla normativa sulla privacy per rafforzare la protezione dei dati personali dei minori e introduce una funzione obbligatoria sulle piattaforme digitali che permetta ai ragazzi di contattare immediatamente il numero di emergenza infanzia 114. Il servizio sarà finanziato attraverso un contributo economico a carico dei principali fornitori di servizi digitali.
La misura nasce dall’idea che l’attuale sistema di autodichiarazione dell’età utilizzato dalle piattaforme non sia sufficiente a garantire una reale tutela dei minori. Nella pratica, infatti, molti ragazzi creano account semplicemente inserendo una data di nascita falsa, aggirando facilmente i limiti previsti.
Il testo della proposta prevede quindi:
- divieto generale di utilizzo dei social network per gli under 15
- accesso consentito tra i 15 e i 18 anni solo con consenso verificabile dei genitori
- introduzione di sistemi di verifica dell’età più stringenti
- sanzioni per le piattaforme che non rispettano le regole
L’obiettivo è responsabilizzare non solo le famiglie ma anche le aziende tecnologiche, che dovrebbero implementare strumenti efficaci per accertare l’età degli utenti.

Come funzionerebbe il controllo dell’età
Uno degli elementi centrali della proposta riguarda i sistemi di verifica dell’identità digitale.
Tra le ipotesi discusse vi è l’utilizzo di strumenti pubblici già esistenti, come l’identità digitale nazionale o applicazioni istituzionali, per certificare l’età dell’utente senza rivelarne i dati personali alle piattaforme.
Il modello potrebbe funzionare attraverso un sistema di terze parti:
- l’utente effettua la verifica tramite un servizio pubblico o certificato;
- la piattaforma riceve solo la conferma dell’età idonea;
- nessun dato sensibile viene trasferito direttamente al social network.
Questa soluzione cerca di bilanciare due esigenze:
- la protezione dei minori
- la tutela della privacy degli utenti
Il contesto normativo attuale in Italia
Attualmente la normativa italiana, in linea con il quadro europeo sulla protezione dei dati personali, stabilisce che i minori possano accedere ai social network a partire dai 14 anni.
L’Unione europea, infatti, ha fissato a 16 anni l’età standard per il consenso digitale, lasciando però ai singoli Stati membri la possibilità di abbassarla fino a 13 anni. L’Italia ha scelto di fissarla a 14.
Oltre a questo, esistono già norme specifiche per contrastare fenomeni come il cyberbullismo, tra cui la legge del 2017 aggiornata nel 2024 che prevede strumenti di prevenzione e intervento nelle scuole e online.
La nuova proposta di legge, dunque, rappresenterebbe un rafforzamento significativo della regolamentazione esistente.

Un dibattito che riguarda tutta l’Europa
L’Italia non è l’unico Paese ad affrontare il tema. Diversi governi europei hanno avviato iniziative simili per limitare l’accesso dei minori ai social network.
In Europa, ad esempio:
- la Francia ha introdotto limiti più rigidi con consenso parentale sotto i 15 anni;
- la Spagna sta lavorando a un divieto fino ai 16 anni;
- altri Paesi come Germania, Danimarca e Grecia stanno valutando nuove restrizioni.
Anche il Parlamento Europeo ha discusso l’ipotesi di fissare un’età minima di 16 anni per l’accesso ai social media nell’ambito di una strategia più ampia per la protezione dei minori online.
Il dibattito è quindi parte di una tendenza globale che vede governi e istituzioni interrogarsi sul ruolo delle piattaforme digitali nella crescita delle nuove generazioni.
Critiche e interrogativi degli esperti
Nonostante il consenso politico crescente, la proposta solleva anche diverse perplessità.
Alcuni esperti ritengono che il semplice divieto non sia sufficiente per affrontare il problema e che il rischio principale sia quello di spingere i ragazzi verso modalità di accesso non controllate o piattaforme meno regolamentate.
Altri sottolineano che il nodo centrale non riguarda solo l’età, ma la qualità dell’educazione digitale e la capacità di insegnare ai giovani un uso consapevole delle tecnologie.
Il vero equilibrio, secondo molti analisti, dovrà essere trovato tra tre elementi fondamentali:
- tutela dei minori
- libertà digitale
- responsabilità delle piattaforme
Cosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi
La proposta di legge è ancora in fase di discussione parlamentare e potrebbe subire modifiche durante l’iter legislativo. Tuttavia il tema è ormai stabilmente al centro dell’agenda politica.
Se il provvedimento venisse approvato, l’Italia potrebbe introdurre uno dei sistemi più rigidi di controllo dell’accesso ai social network per i minori, con conseguenze importanti sia per le famiglie sia per le grandi piattaforme tecnologiche.
In un contesto digitale sempre più pervasivo, la sfida per le istituzioni sarà trovare un modello di regolazione capace di proteggere i più giovani senza limitare in modo eccessivo le opportunità offerte dalle tecnologie digitali.
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